«Saccheggiata la
collezione Savoia» L’ex direttrice Silvana Balbi De Caro sotto accusa. La
Regina la difende
Sparite,
sostituite con «patacche» oppure, più spesso, scambiate con monete vere ma
quasi senza valore: in un caso eclatante, l’originale valeva 150 mila euro, la
copia non più di mille. Il Medagliere del Museo nazionale romano, a Palazzo
Massimo, è stato sequestrato in gran segreto il 13 giugno 2001, come pure la
raccolta della Cripta Balbi, in via delle Botteghe Oscure. I sigilli sono
ancora lì, mentre l’indagine cominciata allora si è appena conclusa con le
prime richieste di rinvio a giudizio. L’inchiesta rivela come la Collezione
Reale, circa 115 mila monete donate all’Italia da Vittorio Emanuele III nel
’46, abbia perso più di un pezzo. E come quella di Francesco Gnecchi -
ventimila monete d’epoca romana e oltre, fra cui il famoso medaglione aureo di
Teodorico - contenga alcuni falsi. I volti dei «tombaroli» di Palazzo Massimo
restano in gran parte sconosciuti. Anche perchè, secondo i consulenti della
procura, avrebbero agito in un lungo arco di tempo, fra il 1983 e il 2001. Il
nucleo di polizia valutaria della Guardia di finanza ha attribuito un ruolo
decisivo a Gianmarco Olivari, un collezionista morto nel ’97. E il pm Pietro
Giordano ha chiesto il rinvio a giudizio di Silvana Balbi De Caro, direttrice
del Medagliere dal ’76 al ’94, e della sua collaboratrice Gabriella Angeli
Bufalini. Le due funzionarie sono accusate di peculato «in concorso morale e
materiale tra loro e con Olivari Gianmarco, nonchè con altre persone rimaste
ignote». Le monete di cui si sarebbero appropriate (e che il collezionista
avrebbe sottratto dalle teche) sono elencate nel capo di imputazione: una venti
lire del 1908; una cinque lire d’argento del 1914; due pezzi d’oro da cento e
da 25 pesetas del 1871 di Amedeo I di Savoia re di Spagna; «altre monete, tutte
di ingente valore commerciale numismatico». Una denuncia è stata inviata alla
Corte dei Conti contro l’ex direttrice, che però respinge ogni accusa.
L’indagine è iniziata dopo che, durante una mostra a Vicenza, un esperto si è
accorto della falsità di un pezzo raro, una venti lire in oro di Vittorio
Emanuele III, zecca di Roma 1928, valore tra trentamila e cinquantamila euro.
Quando la consulenza ha confermato che la moneta non era originale, la procura
ha deciso di approfondire le verifiche. E il nucleo valutario ha sequestrato al
Museo nazionale romano un’altra «patacca», copia di una cinque lire in argento
del 1901. A casa di Olivari invece, tra le migliaia di pezzi conservati, le
Fiamme gialle hanno individuato una venti lire del 1908 che esiste soltanto in
tre esemplari. Nella teca del Medagliere era stata sostituita con una venti
lire del 1905 che vale mille euro, contro i 150 mila euro dell’originale. La
vedova del collezionista l’ha restituita.
A Palazzo Massimo sono soltanto tremila le monete esposte al pubblico, mentre
altre 500 mila sono custodite nel caveau . L’inventario però ne descrive
appena il 60 per cento e le foto sono ancora meno. I consulenti della procura
hanno esaminato una parte di questo immenso patrimonio e alla fine, tra la
Collezione Reale e la Collezione Gnecchi, hanno indicato 230 monete di peso
difforme, 26 autentiche ma diverse da quelle che dovevano esserci, 25 mancanti
e 12 false. Nel cassetto 270 dell’armadio numero 2 al posto di una moneta è
spuntato un gettone telefonico, mentre fra le «patacche» alcune sarebbero state
prodotte con gli stessi conii dei pezzi sequestrati in casa di Olivari: per
esempio, una due lire e una cinque lire in argento di Vittorio Emanuele III, la
prima del 1901 e l’altra del 1914. E sono risultati fasulli, tra gli altri
pezzi, anche due sesterzi e un medaglione di Costante (valore: 50 mila euro) e
due monete da cinque lire d’argento, una del 1866 di Vittorio Emanuele II
(valore: 40 mila euro) e l’altra di Vittorio Emanuele III del 1901 (valore: 45
mila euro).
Lavinia
Di Gianvito Flavio Haver